Il martirio di Asia Bibi
By redazione On 9 ott, 2018 At 11:26 AM | Categorized As CRONACA, inchieste | With 0 Comments
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Quasi 4000 giorni di prigionia in una cella senza finestre, col timore di venire assassinata in qualsiasi momento da una guardia carceraria o da un’altra detenuta.

La condanna a morte che pende sulla testa di Asia Bibi non è soltanto quella inflittale nel 2010 e confermata in appello nel 2014, in attesa della sentenza definitiva che della Corte Suprema di Islamabad dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. Dall’inizio dell’odissea giudiziaria di questa umile madre di cinque figli, bracciante agricola nel villaggio di Ittanwal, sono passati ormai nove anni durante i quali non è trascorso giorno senza subire intimidazioni e minacce.

La vicenda
L’incubo di Asia Bibi è cominciato nel 2009 a causa di un litigio sul lavoro con alcune colleghe di fede mussulmana. A lei, cristiana, hanno rimproverato di aver bevuto dal loro stesso bicchiere. Durante la discussione, secondo le altre braccianti, la donna cristiana avrebbe offeso Maometto. Un’accusa che Asia Bibi ha respinto sin dal primo momento. La parola delle colleghe, però, sono state sufficienti per condurre al suo arresto il 19 giugno del 2009. In Pakistan la blasfemia è uno dei reati per i quali si rischia la pena capitale. E infatti, l’8 novembre del 2010, in virtù dell’articolo 295 C del codice penale pakistano, la donna è stata condannata a morte per impiccagione.

L’esempio di fede
Nonostante la disperazione per la tremenda ingiustizia subita, Asia non ha smesso mai di ancorarsi alla sua fede: a Naveed Iqbal, il giudice della sentenza che le aveva proposto di salvarsi in caso di conversione all’Islam, replicò coraggiosamente: “Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui”. Durante il lungo calvario non ha mai smesso di proclamare il suo amore per Cristo. L’esempio di questa donna riporta alla memoria il sacrificio dei martiri e ricorda ai “cristiani tiepidi” – come li chiama Papa Francesco – qual è il vero significato della croce. Dopo un decennio passato dietro alle sbarre da innocente, il primo desiderio della donna ha continuato ad essere quello di accedere all’Eucarestia ed avere la visita di un sacerdote. In Cristo, infatti, continua a trovare la forza per resistere e la speranza di poter riabbracciare finalmente il marito e i cinque figli. I sacramenti, dunque, come fonte di consolazione, conforto e coraggio. Un percorso analogo a quello del cardinale Van Thuan che durante i 13 anni nelle mani dei vietcong continuò a celebrare ogni giorno la messa in clandestinità. Un’esperienza che il venerabile vietnamita descrisse così: “In prigione sentivo battere nel mio cuore il cuore stesso di Cristo. Sentivo che che la mia vita era la sua vita, e la sua era la mia. L’Eucaristia è diventata per me e per gli altri cristiani una presenza nascosta e incoraggiante in mezzo a tutte le difficoltà”. Parole che fanno capire perchè anche Asia Bibi, nonostante gli innumerevoli disagi e le scomodità vissute dietro le sbarre dopo quasi un decennio di isolamento, abbia come esigenza più sentita quella di comunicarsi.

Abbandonata dalle istituzioni, sostenuta dai cristiani
Una testimonianza di fede così forte non poteva non rendere Asia Bibi un simbolo agli occhi dei cristiani del mondo e di tutti coloro i quali credono nel valore della libertà religiosa. L’ingiustizia subita da questa madre di famiglia ha contribuito a porre l’attenzione dei media e delle istituzioni mondiali sulla condizione che vivono le minoranze cristiane in Paesi dove c’è un forte radicamento dell’estremismo religioso e nei quali il buon senso deve spesso abdicare alle pressioni della piazza. Dalla prigione, la donna ha dimostrato di non avere a cuore soltanto l’esito positivo del suo caso ma ha voluto denunciare con forza l’iniquità del provvedimento che le è costato la condanna: “Una legge antiquata – l’ha definita nella biografia scritta con Anne-Isabelle Tollet – che è in sè una bestemmia visto che semina oppressione e morte in nome di Dio”. La causa di Asia Bibi non è stata sposata soltanto da migliaia di cristiani nel mondo, ma anche da due coraggiosi uomini politici del Pakistan: Salmaan Taseer, governatore della provincia del Punjab e primo a visitarla in carcere dopo l’arresto, si scagliò pubblicamente contro la legge sulla blasfemia e portò di persona la domanda di grazia all’allora presidente pakistano Ali Zardari. Un impegno che gli costò la vita; venne infatti assassinato nel 2011 da un uomo della sua scorta. Sorte analoga è toccata a Clement Shahbaz Bhatti, oggi venerato come Servo di Dio dalla Chiesa di Roma. Ministro per le minoranze, il politico cattolico si spese in difesa di Asia Bibi e per questo fu ucciso in un agguato da un commando armato di fondamentalisti.

Vivere nella persecuzione
Delitti che rendono bene l’idea del clima in cui vivono le minoranze cristiane del Paese. Davanti a leggi che li penalizzano e ad istituzioni che non li proteggono, i cristiani pakistani si sentono assediati dai fondamentalisti e relegati ad essere cittadini di “serie b”. Tuttavia, essi continuano a dimostrare ogni giorno di vivere questa condizione come una prova, sentendo che la sofferenza li rende più vicini a Gesù. Asia Bibi è il simbolo più rappresentativo di questi credenti esemplari che infatti non hanno mai smesso di pregare per lei. Nella comunità cattolica a cui la donna appartiene, le persecuzioni inflitte hanno cementato una fede già matura perchè temprata dalla condizione di minoranza ed hanno rafforzato la comunione con Roma. Pochi mesi fa Papa Francesco ha dato a questa Chiesa il secondo cardinale della sua storia, Joseph Coutts. Le immagini del ritorno in Pakistan del nuovo porporato dopo il Concistoro sono quasi commoventi e testimoniano la forza con cui questi fedeli si affidano ai loro pastori nella difficoltà: la vettura del neocardinale Coutts, infatti, è stata accolta all’aeroporto da decine di persone in motorino che hanno accompagnato il viaggio fino alla diocesi con caroselli, cori ed esponendo striscioni lungo il tragitto. Una testimonianza di una devozione popolare che fa capire bene l’humus in cui è maturata la fede sconfinata di Asia Bibi. In passato, la donna cristiana ha già confessato di non avere paura di morire per Cristo: non è difficile pensare che, in questo momento, stia aspettando il verdetto definitivo raccolta in preghiera, sgranando il rosario regalatole da Papa Francesco e fattole arrivare in cella tramite la figlia Eisham.

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