Allarme legionella? Ecco cosa si rischia
By redazione On 13 set, 2018 At 12:40 PM | Categorized As CRONACA, SANITA' | With 0 Comments
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Curva epidemica in calo ma le polmoniti preoccupano. Il dott. Camanni: “L’unica prevenzione è la manutenzione”

Oltre duecento casi in Lombardia, molti dei quali concentrati nella provincia di Brescia, ma anche altre segnalazioni sospette in altre città del Nord Italia, preda di un’epidemia di polmonite che ha spinto medici e ricercatori a monitorare la casistica arrivando infine a sospettare fortemente che, dietro i contagi, a nascondersi era nientemeno che il batterio della legionella, una particolare forma di infezione che, in alcune tipologie di soggetti, può rivelarsi letale. Di sicuro, l’improvviso innalzamento del numero di contagiati ha destato preoccupazione nell’ambito sanitario italiano, tanto da indurre il Ministero della Salute a diffondere informative sulla natura del batterio e sulle sue modalità di diffusione che, nel caso della legionella, possono essere considerate ad ampio raggio di potenziale contaminazione. A ogni modo, almeno per il momento, il grado di allarme resta contenuto, tanto che l’assessore al welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, ha parlato di “curva epidemica” in calo. La notizia del ritorno della legionella, però, ha scatenato il dibattito dell’opinionepubblica e spinto la Procura di Brescia da aprire un’inchiesta: “Sui casi lombardi non posso esprimermi, in quanto non ho seguito in modo specifico la vicenda – ha spiegato a In Terris il dottor Guido Camanni, infettivologo della Usl2 Umbria – ma è noto che la diffusione di questo particolare batterio a gram negativo avviene perlopiù attraverso impianti di condizionamento e raffreddamento dell’acqua, posti vicino a bacini naturali o artificiali attraverso il cosiddetto ‘effetto aerosol'”.

La forma polmonitica
Un batterio, quello della legionellosi, “che ama il polmone ma che può avere manifestazioni anche extrapolmonari, con manifestazione spesso febbrile e senza necessariamente sintomi a livello respiratorio. Questo, ovviamente, dipende dal tipo di paziente e dalla sua condizione: una volta inalato, a seconda delle sue dimensioni, il batterio può penetrare fino in fondo alle vie respiratorie e qui entrano in gioco fattori come l’età (particolarmente a rischio le persone sopra gli ottant’anni e i bambini sotto l’anno) e l’immunodeficienza, oltre ad altri aspetti predisponenti che indeboliscono la resistenza polmonare, come il fumo”. Quando nel 1976 fu scoperto il batterio e nominato in questo modo a causa del contagio avvenuto su un gruppo di veterani dell’American Legion in un hotel di Philadelphia, le indagini che ne seguirono appurarono che la diffusione dell’agente patogeno era arrivata attraverso l’impianto di aerazione (da qui la trasmissione per aerosol, ovvero attraverso l’inalazione di piccolissime particelle che, sedimentandosi lentamente, sono facilmente veicolate dalle correnti d’aria e ancor più facilmente inalabili): “La forma polmonitica – ha spiegato ancora il dott. Camanni – non ha una mortalità elevata anche se, come detto, sappiamo che esistono dei fattori aggravanti. Spesso non genera nemmeno una tosse cosiddetta ‘produttiva’ che, sia pure molto intensa, resta senza catarro”.

La diagnostica
Da un punto di vista della diagnostica, “trattandosi di una malattia poco frequente e non fra le principali cause di polmonite, è possibile che non venga subito individuata”. Anche “la difficoltà di crescita sui comuni terreni di coltura batterici” rende complesso il metodo diagnostico e, “qualora si riuscisse a isolare il batterio e a trasferirlo in terreni di coltura normali, avremmo comunque tempi di crescita relativamente lunghi, tra i 4 e i 10 giorni, per ottenere una positività. L’isolamento su terreni di coltura specifici, a ogni modo, resta lo strumento prediletto, in quanto ci consente di comparare ceppi di Legionella isolati dall’ambiente e, presumibilmente, associati all’infezione”. Esistono poi altre tecniche che, in una sorta di mosaico, possono consentire l’individuazione di tracce del microrganismo, come l’antigene urinario: “Si tratta di un test su una molecola superficiale ma che non permette una netta distinzione sui tipi di infezione (acuta o pregressa): questo particolare test, infatti, individua quasi esclusivmente gli antigeni appartenenti al sierogruppo 1, avendo unicamente come risposta la positività o meno al batterio pneumophila. Ragionando in termini diagnostici, è la specificità a darci indicazioni sul livello della malattia. In alcune occasioni, però, la positività a un test sulle urine potrebbe rivelare la provenienza dell’infezione anche da altri ceppi. Per quanto riguarda i test cosiddetti ‘sierologici’, si tratta di metodi diagnostici che restano su un piano presuntivo e più raramente validi da un punto di vista clinico, a causa della tardiva produzione di anticorpi. Più rapidi invece, sia pur in via di valutaizone, i test diagnostici di biologia molecolare”.

Prevenzione
Va ricordato che, non trattandosi di una malattia a trasmissione interumana, anche gli strumenti di prevenzione esulano da quelli tradizionali, concentrandosi prevalentemente sugli impianti di raffreddamento, vero veicolo del batterio: “Qui entrano in gioco fattori che chiamano in causa enti al di fuori del mondo della medicina. E’ sufficiente ricordare che il microrganismo prospera in acque scarsamente curate e, di conseguenza, la presenza di un agglomerato di persone nelle vicinanze espone i soggetti a un rischio maggiore. Per questo l’unica prevenzione può essere fatta a livello di manutenzione e purificazione degli impianti”. Lo scopo dell’inchiesta avviata dalla Procura di Brescia punta probabilmente proprio all’individuazione di presunte responsabilità in questo senso, mentre compito della medicina sarà inquadrare i casi lombardi e spiegare se, realmente, sia possibile parlare di emergenza. Per ora si resta sul piano dell’allerta, con tutta la necessità di divulgazione che essa comporta.

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