Terroristi lungo le rotte dei migranti
By redazione On 9 ago, 2018 At 09:19 AM | Categorized As CRONACA, inchieste | With 0 Comments
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img800-quel-filo-rosso-fra-terrorismo-e-immigrazione-137120Le rotte migratorie non portano solo disperati in cerca di pace, ma anche foreign fighters

La questione migratoria e il problema del terrorismo sono due fattori interconnessi che compongono un fenomeno strutturale unico. Alla luce dei dati demografici, nei prossimi 32 anni la popolazione sub-sahariana raddoppierà: ci saranno 1 miliardocirca in più di persone che si ritroveranno senza una società, senza un lavoro, senza una gestione politica degli Stati locali altresì senza una politica a lungo termine dell’Ue. Gli Stati sud europei stanno affrontando la questione in solitudine, ma cosa succederà con un miliardo di persone in più da gestire? E cosa accadrà se non si fermeranno i gruppi di militanti jihadisti? Sembrerebbe che l’unica fonte di sostentamento di moltissimi giovani, sia proprio “fare il terrorista”. Risulterà chiaro, che si necessita di una politica che non gestisca semplicemente le emergenze, ma abbia un lungo respiro ed una lunga visione.

Come arrivano

Le rotte migratorie che hanno portato migliaia di persone in Europa e che altre migliaia vorrebbero percorrere, si distinguono in tre diverse vie: la rotta del Mediterraneo centrale, quella iberica e quella balcanica. Secondo i dati Unhcr, dal 1 gennaio 2018 ad oggi, i migranti giunti in Spagna sono 23.993 via mare e 3.829 via terra; in Italia sono arrivate 18.095 persone, mentre sono 15.563 quelle giunte in Grecia. I numeri, sempre Unhcr, ci dicono che rispetto agli anni passati, il 2018 è caratterizzato da una drastica diminuzione di sbarchi in Italia, un calo degli arrivi anche per quel che riguarda la Grecia che ha visto nel 2017 29.718 arrivi a fronte degli 856.732 del 2015. Triplicato il numero di migranti giunti in Spagna: 8.162 nel 2016 e 22.103 nel 2017.

Variazioni

La diminuzione degli sbarchi in Grecia è dovuta dall’accordo tra Ue e Turchia del marzo 2016, mentre il calo degli arrivi in Italia è dovuta da un lato alla “strategia Minniti” e dall’apertura dei centri di detenzione per migranti Libici dove si consumano, secondo la cronaca, molti reati umanitari, mentre dall’altro alla recente politica di chiusura dei porti del nuovo governo. L’aumento significativo degli arrivi in Spagna sia via mare che via terra è dovuto, probabilmente, dall’inaccessibilità sempre più spiccata della rotta del Mediterraneo Centrale, il che ha portato una deviazione dei flussi che da Agadez portano in Algeria a Tamanrasset invece che in Libia e un aumento dei migranti sulla via del Sahara Occidentale, generando anche nuovi assalti alle barriere di Ceuta e Melilla, come l’ultimo assalto accaduto il 26 luglio 2018.

Boom demografico

Ciò che deve far riflettere sono anche i dati che ci pervengono dalla crescita demografica dell’area sub-sahariana, i quali mostrano che nell’arco dei prossimi 32 anni la popolazione raddoppierà: da 1.040.982.504 del 2018 a 2.123.232.162 previsti nel 2050. Questo dato certamente sottovalutato dalla politica “a breve termine”, comporterà che nell’area sub-sahariana nei prossimi anni si aprirà la c.d. “finestra d’opportunità”, ossia quel particolare momento socio-economico in cui tantissimi giovani in età lavorativa potranno apportare ricchezza e far crescere il Pil dello Stato, ma invano visto che in quell’area del mondo perlopiù desertica, povera e devastata da milizie jihadiste ed organizzazioni criminali, tali opportunità sono e saranno vanificate.

Terrore in movimento

Oltre a queste problematiche gli Stati europei dovranno fare i conti con il terrorismo di matrice jihadistache continua a corrodere gli Stati e i tessuti sociali sub-sahariani e nord africani. Giova ricordare che oltre Boko HaramAqimJnimal-Shabaab e numerosi organizzazioni criminali che si stanno sostituendo ad alcuni Stati, ci sono circa 25.000 Foreign Terrorist Fighters (Ftf) sopravvissuti alla guerra siriana, molti dei quali sono in fase di transito: alcuni dal Siraq (area posta al confine tra Siria e Iraq) si stanno dirigendo verso l’est, quindi verso l’Asia Centrale e nei focolai Afghani Pakistani, altri verso ovest, cercando di raggiungere i propri Paesi di provenienza Africani e/o Europei, passando appunto attraverso una delle tre rotte menzionate, mentre sono circa 1500 i Ftf già rientrati in Europa. Se alcuni tenteranno di camuffarsi come migranti economici rifugiati per arrivare in Europa, altri secondo alcune fonti, potrebbero infiltrarsi nelle rotte legali turistiche con documenti falsi, tanto che l’Interpol ha lanciato l’operazione “Neptune” col fine di contrastare quest’ultima possibilità, mandando diversi funzionari in 8 porti dell’area Mediterranea, appositamente per procacciare jihadisti di ritorno, radicalizzati e criminali in generale.

Radicalizzazione

La problematica nel suo insieme è da ritenersi un “fenomeno strutturale” in quanto coinvolge diversi fattori come le organizzazioni criminali e terroristiche, le diverse politiche degli Stati membri, la responsabilizzazione dei Paesi di transitocrisi umanitariecambiamenti  climatici e boom demografici in Africa da un lato e l’invecchiamento della popolazione Europea dall’altro. Per quanto concerne la piaga della radicalizzazione jihadista, è evidente che i Paesi africani sono colpiti più di altre regioni del mondo, in quanto i gruppi terroristici reclutano uomini, bambini, donne e migranti di ogni genere e provenienza, non tanto attraverso l’ideologia ma quanto attraverso il vile denaro e in cambio di un “lavoro”, una vera e propria “radicalizzazione economica”. Inoltre, non vi è alcun dubbio che i Ftf di ritorno potranno schierarsi nelle fila dei gruppi terroristici e criminali operanti nelSahel o più in generale nell’area Mena, portando avanti la missione del proselitismo in quelle vie strabordanti di uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore, spesso “senza soldi e senza Dio” che hanno smarrito l’identità, vulnerabili e in forte crisi psicologica. Il target dei reclutatori non sono altro, per l’appunto, proprio quelle persone nello stato psicologico appena enunciato, facili da manipolare, da convincere e da indottrinare verso l’ideologia e la causa jihadista. Di conseguenza uno dei problemi principali, non è soltanto quello del rientro in Europa dei Foreign Fighters, ma è anche quello che la radicalizzazione jihadista prenda sempre più piede tra i migranti e la

La questione migratoria e il problema del terrorismo sono due fattori interconnessi che compongono un fenomeno strutturale unico. Alla luce dei dati demografici, nei prossimi 32 anni la popolazione sub-sahariana raddoppierà: ci saranno 1 miliardocirca in più di persone che si ritroveranno senza una società, senza un lavoro, senza una gestione politica degli Stati locali altresì senza una politica a lungo termine dell’Ue. Gli Stati sud europei stanno affrontando la questione in solitudine, ma cosa succederà con un miliardo di persone in più da gestire? E cosa accadrà se non si fermeranno i gruppi di militanti jihadisti? Sembrerebbe che l’unica fonte di sostentamento di moltissimi giovani, sia proprio “fare il terrorista”. Risulterà chiaro, che si necessita di una politica che non gestisca semplicemente le emergenze, ma abbia un lungo respiro ed una lunga visione.

Come arrivano

Le rotte migratorie che hanno portato migliaia di persone in Europa e che altre migliaia vorrebbero percorrere, si distinguono in tre diverse vie: la rotta del Mediterraneo centrale, quella iberica e quella balcanica. Secondo i dati Unhcr, dal 1 gennaio 2018 ad oggi, i migranti giunti in Spagna sono 23.993 via mare e 3.829 via terra; in Italia sono arrivate 18.095 persone, mentre sono 15.563 quelle giunte in Grecia. I numeri, sempre Unhcr, ci dicono che rispetto agli anni passati, il 2018 è caratterizzato da una drastica diminuzione di sbarchi in Italia, un calo degli arrivi anche per quel che riguarda la Grecia che ha visto nel 2017 29.718 arrivi a fronte degli 856.732 del 2015. Triplicato il numero di migranti giunti in Spagna: 8.162 nel 2016 e 22.103 nel 2017.

Variazioni

La diminuzione degli sbarchi in Grecia è dovuta dall’accordo tra Ue e Turchia del marzo 2016, mentre il calo degli arrivi in Italia è dovuta da un lato alla “strategia Minniti” e dall’apertura dei centri di detenzione per migranti Libici dove si consumano, secondo la cronaca, molti reati umanitari, mentre dall’altro alla recente politica di chiusura dei porti del nuovo governo. L’aumento significativo degli arrivi in Spagna sia via mare che via terra è dovuto, probabilmente, dall’inaccessibilità sempre più spiccata della rotta del Mediterraneo Centrale, il che ha portato una deviazione dei flussi che da Agadez portano in Algeria a Tamanrasset invece che in Libia e un aumento dei migranti sulla via del Sahara Occidentale, generando anche nuovi assalti alle barriere di Ceuta e Melilla, come l’ultimo assalto accaduto il 26 luglio 2018.

Boom demografico

Ciò che deve far riflettere sono anche i dati che ci pervengono dalla crescita demografica dell’area sub-sahariana, i quali mostrano che nell’arco dei prossimi 32 anni la popolazione raddoppierà: da 1.040.982.504 del 2018 a 2.123.232.162 previsti nel 2050. Questo dato certamente sottovalutato dalla politica “a breve termine”, comporterà che nell’area sub-sahariana nei prossimi anni si aprirà la c.d. “finestra d’opportunità”, ossia quel particolare momento socio-economico in cui tantissimi giovani in età lavorativa potranno apportare ricchezza e far crescere il Pil dello Stato, ma invano visto che in quell’area del mondo perlopiù desertica, povera e devastata da milizie jihadiste ed organizzazioni criminali, tali opportunità sono e saranno vanificate.

Terrore in movimento

Oltre a queste problematiche gli Stati europei dovranno fare i conti con il terrorismo di matrice jihadistache continua a corrodere gli Stati e i tessuti sociali sub-sahariani e nord africani. Giova ricordare che oltre Boko HaramAqimJnimal-Shabaab e numerosi organizzazioni criminali che si stanno sostituendo ad alcuni Stati, ci sono circa 25.000 Foreign Terrorist Fighters (Ftf) sopravvissuti alla guerra siriana, molti dei quali sono in fase di transito: alcuni dal Siraq (area posta al confine tra Siria e Iraq) si stanno dirigendo verso l’est, quindi verso l’Asia Centrale e nei focolai Afghani Pakistani, altri verso ovest, cercando di raggiungere i propri Paesi di provenienza Africani e/o Europei, passando appunto attraverso una delle tre rotte menzionate, mentre sono circa 1500 i Ftf già rientrati in Europa. Se alcuni tenteranno di camuffarsi come migranti economici rifugiati per arrivare in Europa, altri secondo alcune fonti, potrebbero infiltrarsi nelle rotte legali turistiche con documenti falsi, tanto che l’Interpol ha lanciato l’operazione “Neptune” col fine di contrastare quest’ultima possibilità, mandando diversi funzionari in 8 porti dell’area Mediterranea, appositamente per procacciare jihadisti di ritorno, radicalizzati e criminali in generale.

Radicalizzazione

La problematica nel suo insieme è da ritenersi un “fenomeno strutturale” in quanto coinvolge diversi fattori come le organizzazioni criminali e terroristiche, le diverse politiche degli Stati membri, la responsabilizzazione dei Paesi di transitocrisi umanitariecambiamenti  climatici e boom demografici in Africa da un lato e l’invecchiamento della popolazione Europea dall’altro. Per quanto concerne la piaga della radicalizzazione jihadista, è evidente che i Paesi africani sono colpiti più di altre regioni del mondo, in quanto i gruppi terroristici reclutano uomini, bambini, donne e migranti di ogni genere e provenienza, non tanto attraverso l’ideologia ma quanto attraverso il vile denaro e in cambio di un “lavoro”, una vera e propria “radicalizzazione economica”. Inoltre, non vi è alcun dubbio che i Ftf di ritorno potranno schierarsi nelle fila dei gruppi terroristici e criminali operanti nelSahel o più in generale nell’area Mena, portando avanti la missione del proselitismo in quelle vie strabordanti di uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore, spesso “senza soldi e senza Dio” che hanno smarrito l’identità, vulnerabili e in forte crisi psicologica. Il target dei reclutatori non sono altro, per l’appunto, proprio quelle persone nello stato psicologico appena enunciato, facili da manipolare, da convincere e da indottrinare verso l’ideologia e la causa jihadista. Di conseguenza uno dei problemi principali, non è soltanto quello del rientro in Europa dei Foreign Fighters, ma è anche quello che la radicalizzazione jihadista prenda sempre più piede tra i migranti e la gente in loco, i quali potrebbero da jihadisti entrare in Europa.

Rimedi

In conclusione, la radicalizzazione, il terrorismo, la migrazione illegale e la demografia sono fattori interconnessi che espongono l’Europa a determinati rischi. Al momento ogni Stato dell’UE fa affidamento sulla propria politica interna, la quale cambia in base al governo di turno. Conseguentemente, i trattati di Schengen e di Dublino sono stati messi in discussione, rendendo difficile un accordo in merito ad un sistema Europeo comune e per di più, rilevando una debolezza politica dell’Ue. Infine, l’Unione Europeadovrebbe trovare quanto prima un accordo multilaterale per gestire l’immigrazione, affinché la pressione sui Paesi del Sud Europa si allevi, in particolare la pressione migratoria sull’Italia, liberandoli dalla gestione solitaria e contraddittoria di questo pesante fardello di esseri umani che cercano di raggiungere le coste europee, nonché costruire una politica a lungo termine che possa far fronte al raddoppio della popolazione sub-sahariana, la quale senza vie di sviluppo, altro non farà che tentar di raggiungere il vecchio continente e/o probabilmente schierarsi con chi può dargli uno stipendio ossia i gruppi jihadisti.

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